Casio G-Shock DW-6900: Il restauro di un'icona e la ricerca dell'Amuleto
Il titolo di questo post può suonare come figlio di un materialismo spicciolo comune in questa epoca di gusti discutibili e Dubai fashion scadente. Tuttavia la riflessione che oggi voglio sviscerare è sul concetto di possedere un oggetto a cui affezionarsi. Recentemente ho riscoperto il fascino dell’orologio digitale, questa è una di quelle passioni che hai fin da quando sei molto piccolo e di cui perdi le tracce per un periodo di vita per poi accorgerti nuovamente di quanto fosse interessante e figo.
Durante le scuole elementari acquistai per la prima volta un Casio G-Shock DW-6900. All’epoca non avevo idea di cosa ricercassi a livello tecnico in un orologio e la mia scelta durante l’acquisto fu dettata esclusivamente dalle emozioni. La cassa resistente, il look militare e le funzionalità da cronografo che gli donavano quelle vibes da gadget fumettistico sono le caratteristiche che gridavano al me bambino ‘prendimi’. Un’altra peculiarità ha ammantato quell’acquisto di un’aura speciale, cioè il fatto che sia avvenuto dall’orologiaio di paese. Quel luogo in perenne penombra, con ticchettii e rumori peculiari ammantavano di mistero tutta la faccenda, come se stessi da lì a poco per accedere a un potere proibito.
Trascorsero anni da quell’evento, ma l’orologio rimase incollato al mio polso. Prima le scuole medie e poi le scuole superiori, ed è qui che comincio a muovere i primi passi in uno dei miei amori più grandi, la musica Hip-Hop. Esattamente in questo periodo vengo a conoscenza del fatto che quel Casio non fosse estremamente bello solo ai miei occhi, ma che fosse pure un icona in quell’immaginario di strada che tanto mi affascinava. Nas lo portava al polso, Noyz lo portava al polso e altri giganti come loro, ero estasiato.
L’incantesimo si ruppe durante il quarto anno di scuola superiore, quando durante una normale e noiosa giornata, ruppi il cinturino. Da quel momento l’orologio ha atteso, silente, in un cassetto per 7 lunghi anni, fino a settimana scorsa. Lo trovo, tutto sciupato, con il silicone consumato, ma su di me esercita ancora una volta il suo potere che mi fa pensare ‘che figo’.
A questo punto l’istinto mi ha portato a pensare una sola cosa: “devo ripararlo”. In qualche giorno ho ordinato la lunetta e il cinturino in silicone nuovi e mi sono cimentato in quest’ opera di restauro. La cura e il tempo che ho deciso di dedicare a questa attività mi ha portato a pensare molto sul senso che diamo alle cose.
Viviamo in un mondo in cui consumiamo quantità infinite oggetti ma non possediamo più niente. L’intrattenimento è delegato ad uno o più abbonamenti che non ci permettono di possedere una copia di quello che ci piace, anche i libri e la conoscenza sono digitali e dunque tutto è reperibile finché il paperone di turno non decide di spegnere un super-computer a kilometri da dove vogliamo accedere ad una di questi oggetti. Il vestiario, la tecnologia, i mezzi di trasporto non sono più progettati per durare nel tempo, ma sono schiavi di un obsolescenza precoce che ci impone un rinnovo dell’acquisto come fosse anche questo un abbonamento. Anche l’infinita disponibilità ed esposizione al marketing e all’informazione generano un insoddisfazione cronica che assorbe il valore di quello che abbiamo in funzione di qualcosa che ancora non abbiamo, ma che è facile da ottenere.
In questo quadro risulta sempre più difficile possedere qualcosa da trasformare in un amuleto. Nella mia vita ho sempre avuto bisogno dei miei amuleti, trasferendo una forma di fede laica in oggetti inanimati, come nel caso del Casio. Il processo di ‘amuletizzazione’ di un oggetto necessita di tempo, all’interno del quale si condividono momenti ed emozioni che si legano indissolubilmente ad esso. L’affezione eleva anche la cura che dedichiamo all’amuleto, in una simbiosi che si rinforza istante dopo istante.
Da questo pensiero possiamo estrarre una forma di materialismo illuminato che può contrastare sia tutta la retorica minimalista dei guru da social network, sia lo svuotamento dell’animo causato dal consumismo estremo costantemente in abbonamento. Le regole della ricerca dell’amuleto sono, nel mio pensiero, riassumibili nei seguenti punti:
- Deve essere concreto
- La sua assenza deve provocarti un fastidio ingiustificato
- Deve affascinarti incondizionatamente
- Deve essere fatto per durare
Ciascuno di noi può ritrovare queste caratteristiche in un automobile, in un paio di scarpe, in una collana, in una bici o qualsiasi altra cosa.
Questo set di regole istintive, si legano senza alcun dubbio alla storia del mio orologio. Dopo quasi 20 anni di avventure è riuscito a tornare nella mia vita in una forma mai vista prima. Sono così felice di potervi mostrare il risultato. Signore e signori, ecco a voi sua maestà, il Casio DW-6900! 


